José Batlle Perdomo Teixeira

José Perdomo

José Perdomo

Centrocampista, nato il 5 Gennaio 1965 a Salto, Uruguay

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Se c’è una cosa che non sopporto è quella di essere considerato un cattivo giocatore. Non cattivo nel senso stretto del termine intendiamoci.Perché cattivo ero cattivo. La gamba non l’ho mai tirata indietro. Poi lo sapete no? Si dice che I difensori sudamericani siano piuttosto ruvidi, e che gli Uruguaiani e gli Argentini lo siano in modo particolare. Vedete io sono nato a Salto, in Uruguay. E Salto è vero che si trova sulla riva est del fiume Uruguay, ma di fronte c’è Concordia, che è già Argentina. Ora capite che se quello che si dice è vero io sono la sintesi perfetta della cattiveria sudamericana! Aggiungete poi che nel mio nome c’è già il richiamo alla battaglia e capite che cattivo dovevo esserlo per forza. Era scritto nel destino. José Batlle Perdomo Teixeira. Non sentite come quel Batlle abbia affinità con battaglia! Quello che mi da fastidio, vi dicevo, è non essere considerato un giocatore di qualità. Il mio ruolo era quello di volante central. Certo, dite voi, ma cos’è concretamente un volante central? Il centrocampista centrale. Uno come me deve stare al centro del gioco, nel bel mezzo della battaglia. Ho poi un tiro potentissimo, e questo non guasta mai! Nel millenovecentonovanta durante un’amichevole con l’Inghilterra nel tempio calcistico di Wembley una mia sassata ci ha permesso di espugnare il sacro prato dei maestri! Con il Club de Gimnasia y Esgrima La Plata nel millenovecentonovantadue un mio bolide su punizione da più di trenta metri ha deciso la sfida con l’altra squadra di La Plata, l’Estudiantes. Quella rete è passata alla storia come il “goal del terremoto!” I giornali scrissero che le vibrazioni per l’esultanza dei tifosi vennero registrate dal vicino Osservatorio Sismico di La Plata!

Ma dico io, con tutte le mie qualità, con quello che ho vinto in Uruguay e con l’Uruguay? Ma scherziamo!

José PerdomoHo fatto il mio esordio con il Club Atlético Peñarol di Montevideo alla non più tenera età di ventuno anni. Il Peñarol, la squadra per cui ho sempre fatto il tifo e che è pure la più titolata del Paese. Ho difeso i suoi colori dal millenovecentoottantatre al millenovecentoottantanove. In quegli anni con I Carboneros ho conquistato due titoli nazionali di fila e soprattutto nell’ottantasette ho alzato al cielo la Copa Libertadores, l’ultima vinta dagli Aurinegros. Ora, non voglio dire che il millenovecentoottantasette sia stato il mio anno migliore, ma in quell’anno ho giocato pure la Copa America in Argentina, e gli Argentini li abbiamo fatti fuori in semifinale. Erano i favoriti!

Poi in finale abbiamo sconfitto il Cile e così, io, El Chueco o El Caudillo Uruguayo se preferite, ho alzato al cielo pure la Copa America! E, se non fosse stato per il Brasile, avrei vinto pure quella del millenovecentoottantanove. Ci sconfissero in finale! Ora se l’ottantasette è stato il mio anno migliore, l’ottantanove ha segnato una svolta nella mia ottima carriera. Come avete potuto vedere! Le svolte non sempre sono positive, e quella è stata proprio negativa. Lasciatemelo dire!

Tutto ha inizio in Italia. Per la precisione nella città di Genova. Il Genoa, guidato da Franco Scoglio meglio noto come il Professore, che Dio l’abbia in gloria, era stato appena promosso in Serie A. Il campionato Italiano all’epoca era uno dei più belli e avvincenti, se non il più bello. La eco delle gesta di Maradona a Napoli e quelle del Milan degli Olandesi arrivava anche oltre Oceano. Il Professore di Lipari, che era professore non a caso perché amante di certi tatticismi, non voleva essere da meno. Così prese il primo volo disponibile dall’Italia con destinazione Sudamerica. A quei tempi con poco potevi portarti a casa il fenomeno che ti faceva fare il salto di qualità, e al Professore l’occhio esperto non mancava di certo. Ecco che in un batter d’occhio mi ritrovo a Genova insieme ad altri due Uruguaiani, Rubén Paz e Carlos “Pato” Aguilera. Così il Professore aveva creato il Genoa degli Uruguaiani per contrastare il Milan degli Olandesi! Scoglio rimase letteralmente impressionato dal mio tipo di gioco! Voleva costruirmi intorno il suo Genoa, il perfetto volante central che detta i tempi di gioco, recupera palloni e ha tanta grinta. Ma tanta da vendere. Stelle, eroi per caso e flop clamorosi Mi ha dato fiducia venticinque volte, non una, il Professore. Venticinque partite senza lasciare traccia. Di me al Genoa si ricordano per la lentezza e la cattiveria. Una traccia l’ho lasciata, meglio, una scia, di cartellini gialli e rossi. Credo che se tornassi a giocare in Italia avrei ancora qualche giornata di squalifica da scontare. Credo. Ora se Scoglio aveva di me una grandissima considerazione, l’idea di Vujadin Boškov, l’allenatore della Sampdoria, l’altra squadra di Genova era completamente diversa. Eravamo in Febbraio nella settimana calda che precedeva il derby della Lanterna, e lui, Boškov, decide di spiegare alla stampa cosa pensa di me “Se sciolgo il mio cane in giardino, lui gioca meglio di Perdomo. Io non dire che mio cane gioca meglio di Perdomo. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con cane.” Quello Slavo, che Dio abbia in gloria anche lui, agli occhi e alle orecchie degli Italiani mi ha reso immortale! Un po’ ci sono rimasto male, vista la mia carriera. Però mi sono detto “José, tu sei uomo di poche parole, la tua rivincita te la prenderai sul campo!” Il derby inizia. L’‘arbitro ha fischiato l’inizio della gara da trenta secondi appena, e tac! Brutta entrata su un Doriano con conseguente ammonizione! Non so se sia un record, però in quel derby un segno dovevo pur lasciarlo da qualche parte. Quella volta sulle cosce di un avversario!

Fotografie
  1. José Perdomo - By Chapamanya (Own work) CC BY-SA 3.0
  2. "Stelle, eroi per caso e flop clamorosi" La Repubblica
Le parole liberamente attribuite a José Perdomo sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, sono ispirate a fatti realmente accaduti e in seguito romanzate.